BRASILE / Giorni 6 – 8: SAO PAULO

Tag: Gesuiti, bandeirantes, megalopoli, Farol Santander, emigrazione italiana, decreto Prinetti, Vila Madalena

La città di Sao Paulo (San Paolo) è stata fondata nel 1554 da missionari gesuiti come avamposto nell’entroterra ancora largamente inesplorato. L’idea fu quella di usare questa “missione” per catechizzare e proteggere gli indigeni locali: i missionari gesuiti, diversamente dai coloni europei (che non ebbero invece problemi a schiavizzare e a sterminare le popolazioni locali), furono infatti contrari alla schiavitù e favorevoli piuttosto ad un più subdolo imperialismo paternalista volto alla cristianizzazione. Negli indigeni, i Gesuiti cercarono e rappresentarono (aprendo una tradizione che, in certo senso, permane) una sorta di popolo “vergine” da cui ricominciare: un popolo selvaggio, magari macchiato da usanze barbare e inconsapevolmente peccaminose, ma paradossalmente bendisposto e più recuperabile rispetto alle corrotte popolazioni delle giungle urbane.

Per secoli la città di San Paolo rimase un centro secondario rispetto alle grandi capitali costiere di Olinda, Salvador e Rio de Janeiro, punti nevralgici di un’economia basata su grandi latifondi di canna da zucchero lavorati con l’impego di schiavi. San Paolo, in quanto città perennemente rivolta verso l’ignoto e verso la frontiera, fu però anche il principale avamposto da cui le bandeirantes, le “mitiche” bande di esploratori e cacciatori di fortune di origine europea, partirono per le loro spedizioni nella giungla. Il ruolo delle bandeiros, avventurieri e conquistatori, anticipò in un certo senso l’attitudine operosa e ambiziosa che ha garantito il successo di questa città, la capitale economica del Brasile, anche in tempi ben più recenti. Da San Paolo partì, ad esempio, la spedizione che finalmente scoprì dopo decenni di ricerche i primi giacimenti d’oro del paese; sempre a San Paolo ebbero quindi sede anche i grandi baroni del caffè che a fine Ottocento consacrarono la città come capitale economica, finanziaria e produttiva della nazione. Il ruolo dei bandeirantes, ricordato a San Paolo anche con alcuni monumenti, fu però anche estremamente controverso: furono loro, nel diciassettesimo secolo, ad addentrarsi nella foresta catturando migliaia di indigeni mettendoli poi in vendita sul mercato degli schiavi in virtù della legge che permetteva ai coloni di catturare e di schiavizzare gli indigeni che avessero mostrato atteggiamenti ‘ostili’ nei loro confronti. Un’ambivalenza che, in fondo, permane in questo paese nelle grandi ed irrisolte (e a San Paolo non troppo visibili ma più che altrove presenti) disuguaglianze sociali.

Attualmente San Paolo è una delle megalopoli più grandi città dell’emisfero occidentale: l’area metropolitana, che raggiunge secondo le stime i 22 milioni di abitanti, costituisce il terzo agglomerato urbano più grande del mondo. Per farvi un’idea, vi consiglio di aprire Google Maps in modalità Satellite, di cercare un punto al centro della città (ad esempio Edificio Altino Arantes) e di scrollare all’indietro rimpicciolendo la scala per apprezzare il tempo e lo spazio che ci vuole per trovare uno spiraglio!

Oltre ad essere enorme, San Paolo è però anche una città assolutamente diversa e peculiare: dista dal mare pochi chilometri, ma è come se il mare brasiliano fosse distante numerosi anni luce. Più che a Rio de Janeiro, infatti, San Paolo fa senza dubbio pensare a Francoforte, a Chicago, a Milano: è una città di grattacieli, di centri commerciali e di boutique, in cui si alternano grandi centri direzionali, grattacieli esclusivi (San Paolo è una delle città del mondo che ospita il maggior numero di milionari), gallerie d’arte, ristoranti stellati ed eleganti quartieri residenziali. Anche per questo, per questa peculiarità e per questa dimensione sofisticata, credo sia utile dedicare almeno un paio di giorni a questa città che più delle altre è piena di sorprese e di storie che meriterebbero di essere raccontate.

I punti d’interesse della città sono numerosi: due giornate bastano probabilmente per un assaggio della città, ma anche una terza giornata può essere facilmente riempita di attività. Un punto d’interesse, affascinante da visitare la sera all’orario di uscita dagli uffici per comprendere meglio “l’anima della città”, è ad esempio Avenida Paulista: un lungo vialone fiancheggiato da grattacieli scintillanti, che costituisce il cuore pulsante della città. Il centro storico, visitabile secondo il bel circuito suggerito dalla Lonely Planet che dura circa mezza giornata, ospita invece diversi palazzi e grattacieli risalenti al Novecento inclusi il palazzo della borsa, il Farol Santander un tempo sede della banca centrale dello Stato (che oggi ospita esposizioni di arte contemporanea dedicate alla città oltre ad un osservatorio – all’ultimo piano – da cui è possibile godere della vista della città dall’alto) e l’Edificio Italia costruito nel 1967. San Paolo è inoltre una città culturalmente molto evoluta e attiva ed anche per questo piena di musei: dai più tradizionali Museu de Arte de São Paulo (il primo museo moderno ad essere inaugurato nel paese, nel 1947) di Avenida Paulista al Museu de Arte Moderna ospitato nel Parco Ibirapuera, dal Museo do Fùtbol al Museo dell’Immigrazione. Il Mercado Municipal de São Paulo, mercato coperto costruito nel 1933 ed oggi frequentatissimo tanto dai turisti quanto dai gourmand di San Paolo, è poi un’altra tappa consigliabile: all’ora di pranzo, i numerosi ristoranti del primo piano si riempiono in particolare di una folla variegata impegnata ad assaggiare le specialità locali tra cui spicca la più tipicamente Paulista, e cioè il panino con la mortadella. Sempre in questo mercato, sono inoltre presenti i banchi della frutta più ricchi e strani mai visti: pieni di frutti sconosciuti, che gli addetti proveranno insistentemente a farvi assaggiare e che molto probabilmente non vi capiterà di vedere altrove perché nemmeno a quelle latitudini di largo consumo.

Spesso queste destinazioni sono raggiungibili con la bella metropolitana; altre volte, i percorsi da intraprendere (a piedi o con autobus) sono un po’ più lunghi e faticosi come è normale in una città di grande estensione. Anche per questo, bisogna considerare attentamente i tempi con la consapevolezza che questa è una città che – contrariamente a quanto spesso accade – guadagna fascino più ci si vive dentro.

Che San Paolo sia una città diversa dalle altre principali città (Rio, Salvador) e da ciò di cui normalmente parliamo quando parliamo di Brasile, lo si capisce però anche da elementi ben più sottili dei punti d’interesse o dell’architettura: in particolare dall’abbigliamento (decisamente più europeo e ricercato), dalla maggior presenza di catene europee o americane (Carrefour, Decathlon, Walmart ma anche – nei centri commerciali – Intimissimi e Pandora), o dai tratti somatici dei suoi abitanti. Se a Salvador in maniera particolare (ma anche a Rio) i brasiliani che discendono evidentemente dagli schiavi africani portati in Brasile dai mercanti portoghesi dal Seicento all’Ottocento è molto elevata, infatti, a San Paolo le comunità che hanno generato una discendenza più numerosa sono quelle giunte in Brasile in un periodo successivo, in concomitanza con il boom tardivo di questa città, e cioè a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento. Tra queste, la comunità italiana è la più numerosa mentre quella giapponese è (per caratteristiche somatiche) quella che più facilmente si fa notare.

Secondo una stima dell’ambasciata italiana in Brasile, vivono oggi in Brasile circa 30 milioni di discendenti di immigrati italiani (circa il 15% della popolazione brasiliana); di questi, circa 15 milioni risiedono nello stato di San Paolo. L’emigrazione italiana in Brasile ha origini antiche, talvolta precedenti anche a quelle delle principali altre migrazioni (l’Argentina, gli USA, la Germania): anche per questo, i legami culturali tra i discendenti degli emigranti e l’Italia sembrano oggi abbastanza labili. Un ruolo rilevante, in questo senso, l’hanno avuto anche le politiche di assimilazione ‘forzata’ condotte dal Brasile soprattutto dagli anni ’30, e la politica dello ius soli combinata a quella dell’unica cittadinanza: fino al 1994, il Brasile non contemplava infatti nemmeno la doppia cittadinanza e quindi i bambini nati in Brasile diventavano automaticamente brasiliani rinunciando automaticamente alla cittadinanza dei genitori. Forse anche per questo, la presenza dell’Italia è a San Paolo meno tangibile e più confusa di ciò che uno potrebbe immaginare.

Quello che affascina e colpisce, di questa emigrazione italiana lontana cominciata negli anni ’80 dell’Ottocento, è però soprattutto la storia poco nota. I fattori scatenanti, prima di tutto: l’abolizione della schiavitù in Brasile e la meccanizzazione dell’agricoltura nell’Italia del Nord, ma anche la diffusione delle teorie eugenetiche e la volontà dell’élite brasiliane del tempo di “sbiancare” la popolazione. Dopo il 1870, con la tardiva abolizione della schiavitù, l’élite economica brasiliana si trovò nelle condizioni di dover sostituire – inizialmente nelle piantagioni di caffè – gli schiavi africani. Questa necessità radicata nella società latifondista del tempo si unì felicemente a quella del legislatore, da tempo messo in allarme dall’elevata incidenza di popolazione nera o meticcia costantemente tenuta ai margini e quindi desideroso di importare bianchi con cui controbilanciare questa componente potenzialmente esplosiva. Questo bisogno di manodopera disponibile, economica, bianca e di tradizione cattolica, si combinò a meraviglia con l’aumento vertiginoso della disoccupazione che l’Italia registrò in quegli anni: a causa dei progressi in campo agricolo, infatti, una porzione consistente dei braccianti del Nord Italia (Piemonte, Lombardia, Emilia, Toscana) si ritrovò senza terra e senza lavoro. L’emigrazione degli italiani in Brasile fu così sussidiata abbondantemente, a partire dal 1878, dal governo brasiliano (disponibile addirittura a pagare il viaggio in nave agli italiani) e dai latifondisti. E gli italiani risposero in massa: poco importa che, il denaro anticipato, dovesse poi essere restituito negli anni successivi con gli interessi, come accade oggi nei fenomeni di tratta. Le promesse esaltate dagli annunci e dai reclutatori che batterono la provincia italiana – l’estate perenne, la possibilità di arricchirsi rapidamente, la natura lussureggiante – apparvero sufficientemente allettanti a persone convinte (spesso anche a ragione) di non avere nulla da perdere; e fu così che, secondo le stime, presero la via del Brasile centinaia di migliaia di italiani.

L’entusiasmo, tuttavia, finì abbastanza presto. Accadde già a cavallo del 1900: nel 1902, in particolare, la stampa italiana raccontò con diverse inchieste le condizioni misere in cui gli emigranti italiani erano costretti a vivere sotto i nuovi “padroni” ancora permeati dalla vecchia mentalità schiavista. Il governo italiano, travolto dall’onda dell’indignazione popolare, si trovò così costretto ad emanare un decreto, il Decreto Prinetti, che (proibendo l’anticipo da parte del datore di lavoro delle spese di viaggio) mise un argine al fenomeno. Terminata l’emigrazione italiana (circa metà degli italiani giunti in Brasile tornò in patria o si spostò in Argentina, l’altra metà rimase e si spostò nelle città cercando impiego nelle costruzioni e nell’industria, settori a inizio Novecento quasi monopolizzati dagli italiani), il governo brasiliano puntò quindi sui Giapponesi alle prese – al tempo – con i medesimi problemi. Anche per questo, oggi, il Brasile è il secondo paese (dopo la madrepatria) per numero di cittadini di origine giapponese.

Un altro quartiere che merita attenzione, a cui noi abbiamo dedicato l’ultima mezza giornata prima dell’ennesimo loro, è infine quartiere di Vila Madalena. Vila Madalena (e la limitrofa Pinheiros), in un certo senso, è infatti un quartiere molto particolare che ben esprime l’essenza ‘europea’ e il lifestyle desiderato dell’élite di San Paolo: adagiato su alcune collinette, è costituito da un’alternanza di eleganti casette a due piani (che ospitano abitazioni ma anche caffè, boutique, negozi di design, studi di architetti) e di condomini residenziali moderni dai nomi francesi (Biarritz e Bourdeaux…). Qui è possibile far colazione nella filiale brasilana della catena europea Le Pein Quotidien, acquistare frutta e verdura organica al mercatino, oppure passeggiare con il cane per le vie assolate come se ci si trovasse a Notting Hill o a Mayfair: scene, nelle metropoli brasiliane, del tutto inconsuete. Le pareti delle case o dei vecchi magazzini trasformati in atelier, inoltre, sono spesso ricoperte da murales di pregevole fattura: una stradina secondaria del quartiere, addirittura, è stata trasformata in un’attrazione dai numerosi graffiti di grande qualità fatti dai migliori artisti del paese (è chiamata Beco do Batman in onore a uno dei primi graffiti comparsi negli anni ’80). Il quartiere di Vila Madalena è unito a quello di Pinheiros, leggermente meno esclusivo, che ospita un tranquillo mercato coperto dove è possibile acquistare prodotti oppure pranzare. Visitarlo è un’esperienza piacevole e un po’ irreale, ma sicuramente istruttiva.

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