BRASILE / Giorni 7 – 8: CASCATE DI IGUAZU

Tag: Cascate di Iguazu, frontiera, Tetris Hostel, alimentarsi, kanko kogai

Le cascate di Iguazu sono un sistema costituito da 270 cascate immerse nella foresta tropicale. Devono il loro nome agli indigeni Guaranì: nella loro lingua, infatti, “y” significa acqua (una parola decisamente semplice, a indicare l’essenzialità e la centralità che questo elemento evidentemente aveva nel loro sistema di pensiero), mentre “ûasú” significa grande. Il termine “grande”, tuttavia, è come minimo riduttivo. Si dice che Eleonor Roosvelt, visitando queste cascate, abbia esclamato: “Povera Niagara!”. Non ho mai visto di persona le cascate del Niagara, ma ho la sensazione che d’ora in poi ogni cascata che vedrò mi sembrerà – a confronto con Iguazu – poco più di un rivolo.

Le cascate di Iguazu si trovano al confine tra il Brasile, l’Argentina e il Paraguay.  Il punto più spettacolare, la cosiddetta Garganta do Diablo (Gola del diavolo), è una gola a U larga 80 metri, profonda quasi 100 e lunga 700, “rivestita” completamente di cascate. Su questa gola incredibile ci si può addirittura affacciare, almeno visitando dal lato brasiliano, grazie ad una passerella che permette di essere letteralmente lambiti dagli spruzzi: un’esperienza unica, che vi consiglio assolutamente di fare.

Alle cascate vere e proprie si può accedere sia dal versante argentino che da quello brasiliano. Si dice che il lato argentino abbia il vantaggio di offrire più sentieri in avvicinamento, mentre il lato brasiliano è quello che offre la miglior vista (tipicamente il versante più brutto è quello da cui si ha la vista migliore, perché da lì si vede il versante bello). Nel nostro caso, avendo fatto base sul versante brasiliano, abbiamo visitato unicamente questo lato; gli amanti del genere possono però valutare se dedicare a questa destinazione due giorni così da poter apprezzare questo memorabile sistema di cascate da ambo i lati (fare tutto in un giorno potrebbe essere possibile, ma l’accesso alle cascate è un po’ macchinoso).

Nei pressi delle cascate, sul lato brasiliano, sorge la cittadina (un po’ squallida) di Foz do Iguaçu. Foz do Iguaçu si è sviluppata dagli anni ’70 quando, ad alcuni chilometri a valle delle cascate, è stata costruita la diga di Itaipu, ancor oggi la più grande diga del mondo per energia elettrica prodotta (anche la diga, a una quindicina di chilometri dal centro abitato, è fruibile con visita guidata; anche in questo caso, la nostra giornata e mezza non è stata sufficiente). Terminato il periodo delle costruzioni, la cascata è rimasta l’unica ragion d’essere di questa città di frontiera fatta di enormi spazi vuoti, di grandi hotel e di capannoni che ospitano churrascherie dozzinali, centri congressi da periferia americana e ristoranti per famiglie. Appena oltre il confine, raggiungibili facilmente anche con i mezzi, ci sono invece le città gemelle di Puerto Iguazú (versante argentino, pare che delle tre sia la cittadina più pittoresca) e di Ciudad del Este: quest’ultima, posta sul versante paraguaiano, pare sia un grande “duty free” dove brasiliani e argentini vanno a comprare prodotti esentasse e a gozzovigliare spendendo poco. Né il Paraguay né l’Argentina chiedono alcun visto ai cittadini italiani: si dice che le pratiche doganali siano molto rapide, e c’è addirittura chi organizza escursioni in Paraguay della durata di una cena.

L’aeroporto di Foz do Iguaçu si trova sul grande e polveroso viale di scorrimento, chiamato Avenida Cataratas, che unisce il centro della città all’ingresso al parco delle cascate: grazie a questa strada, i tre punti sono comodamente collegati da un autobus – il 120 – che permette di muoversi tra questi tre punti al costo di un euro a testa.

A Foz do Iguaçu abbiamo alloggiato al Tetris Hostel, un ostello che ho scoperto a posteriori essere definito dalla Lonely Planet “l’ostello più cool del Brasile” in quanto costruito utilizzando vecchi container. Ed anche se questo può suonare un po’ cheap (un ostello fatto con vecchi container ammassati a lato di uno stradone polveroso su cui si affacciano vecchi capannoni che ospitano ristoranti all you can eat e chiese evangeliche), considerate che il Tetris Hostel – se mai ci capiterete – vi apparirà molto probabilmente come uno dei luoghi più ospitali di questa città di frontiera. A Foz do Iguaçu, infatti, la sera ciascuno sembra chiudersi nel proprio compound o al massimo avventurarsi verso uno qualsiasi dei mega-ristoranti con ampio parcheggio che sorgono ai margini dell’Avenida. E allora, se così stanno le cose, forse conviene davvero chiudersi dentro il proprio compound fatto di container e bersi una caipirinha (tra le 20 e le 20.30 gratis) a bordo di una piscina fatta con una misteriosa vasca di provenienza industriale, osservando un gruppo di studenti australiani provare in lontananza a rimorchiare.

Se volete però anche mangiare, e desiderate provare qualcosa di diverso dai mega-ristoranti con ampio parcheggio costruiti a margine dell’Avenida, vi consiglio di segnarvi un self service in stile genuinamente brasiliano che trovate al centro della città (e raggiungibile con Uber) chiamato Tropicana.

In Brasile, parlando in termini generali, ci sono 5 tipi di luoghi principali in cui è possibile alimentarsi. Ci sono le bancarelle che vendono per strada pasteis/empanadas (sfoglie fritte ripiene), bolinhos (polpette fritte) e il cosiddetto Salgado, categoria in cui rientra più o meno ogni altro snack fritto salato: in questi posti, è possibile fare uno spuntino spendendo tra uno e due. Ci sono le versioni evolute di queste bancarelle, e cioè i locali simili ai bar/tavola calda in cui è possibile mangiare –  oltre ai suddetti snack – anche il piatto standard brasiliano costituito da petto di pollo (fritto o alla piastra) con contorno di riso e fagioli per una cifra che normalmente ruota tra i 4 e i 6 bevande escluse. Ci sono, nei centri commerciali o per strada, i fast food dove si può prevedere di spendere comunque non meno di 7-8 euro a testa: McDonald’s (che propone un panino con Picanha che però sa di hamburger normale) e Burger King, la versione locale Bob’s, le globali Pizza Hut e Domino’s, il brasiliano Giraffas, Habib’s (un fast food creato a San Paolo dagli immigrati libanesi), l’italiano Spoleto e qualche format orientale/giapponese. Ci sono poi, specie nei luoghi turistici, i ristoranti veri e propri con piatti costruiti sulle esigenze dei turisti in cui ci si può aspettare di spendere dai 10 ai 20 euro a testa (più bevande) mangiando anche qualche pesce locale. E ci sono, infine, i self service a peso per cui si pagano normalmente 7 o 8 euro a testa che normalmente danno anche la possibilità di utilizzare la formula all you can eat. I self service a peso sono attivi, normalmente, a pranzo e nelle zone degli uffici: si ha a disposizione un piatto (probabilmente enorme) che si può riempire a piacere con gli alimenti presenti nel buffet pagando, normalmente, tra 1 e 2 euro ogni etto di cibo. Questi self service raramente sono aperti la sera: quando lo sono, spesso, virano verso la formula all you can eat proponendo un buffet e giri potenzialmente illimitati di carne cotta allo spiedo (tra cui la famosa picanha: i locali che propongono con questa modalità grigliate si chiamano churrascherie) portata al tavolo e servita un taglio alla volta dagli addetti del locale. Il Tropicana di Foz do Iguaçu è uno di questi e, se capitate a Foz la sera e non sapete cosa fare, un salto vi consiglio di farvelo.

Resta il fatto che, nonostante l’intraprendenza e la creatività locale (che propone “avventure” di ogni tipo, dal museo delle cere al giro in elicottero, dalla gita gastronomica in Paraguay al rafting sotto le cascate, dal parco divertimenti sorto sul punto esatto del confine tra i tre stati al centro di conservazione degli uccelli della foresta tropicale ‘Parque das Aves’), l’unico motivo che rende la visita di questo luogo degno è costituito dalle cascate.

Non fate caso al contorno, alla lunga fila di famiglie argentine vestite da gita in campagna, ai pullman dipinti che conducono in comitiva i visitatori attraverso la foresta verso il punto in cui sorgono le cascate, o alla selva di selfie stick che dovrete affrontare per giungere al punto che più si protende sopra le cascate. Il turismo è una forma di inquinamento (in Giappone hanno coniato il termine kanko kogai, inquinamento da turismo) che rende caotici, corrompe e banalizza i luoghi più fragili e preziosi; ma voi non fateci caso e limitatevi a guardare semplicemente quell’acqua che cade, quegli spruzzi che bagnano ogni cosa, quegli arcobaleni monumentali. Sono certo che, alla fine, ne sarà valsa la pena.

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